Il management secondo Shakespeare

Il management secondo Shakespeare

Tutti sappiamo che la drammaturgia shakespeariana si è lungamente occupata di leader, re e potenti.

La domanda che ci siamo posti oggi, quindi, è: gli eccessi che caratterizzano i leader di Shakespeare possono essere d’insegnamento, oggi, per i leader contemporanei?

È importante considerare che l’illustristrissimo drammaturgo inglese scrisse in un epoca di grandi e rilevanti cambiamenti storici legati al mutamento della società ed è proprio in queste occasioni che si verificano le rivoluzioni più profonde. Fino alla fine del 1500 i grandi leader e i potenti venivano definiti tali in base alla stirpe, per nascita. Non solo; il potere era direttamente proporzionale all’incarnazione dell’autorità assoluta.
Shakesperare nelle sue tragedie inizia evidentemente ad opporsi a questa visione e presenta differenti ruoli che un leader può assumere oltra alle capacità che sono indispensabili, a suo avviso, per ricoprire tale ruolo.

Molti tra i potenti che Shakespeare descrive sono estremamente vulnerabili, sono volubili e capita loro di fallire, esattamente con qualsiasi essere umano.
Un esempio è Riccardo II che fallisce proprio a causa della propria convinzione di esigere obbedienza, rispetto e prestigio solo per via del suo diritto di nascita, della serie “leader si nasce, non si diventa”.

Seguono questa scia che si potrebbe definire “management statico” personaggi come Re Lear e Antonio (di Antonio e Cleopatra). Entrambi danno per scontato che il potere risieda in loro stessi, nella loro individualità e non sia invece affatto legato all’organizzazione. Sono, di conseguenza, poco disposti ad investire tempo ed energia per cercare nuove strategie di crescita e successo. Basano la loro strategia solo sulla rigidità gerarchica: sappiamo tutti come vanno a finire le loro storie.

Una tipologia ancora diversa è rappresentata da quei personaggi shakespeariani come Riccardo III, Macberth e Coriolano. Cosa li accomuna?
Questi soggetti riconoscono una possibilità di cambiamento, sono assetati di motivazione e di ambizioni, ma desiderano agire solamente assecondando il proprio vantaggio personale, ma la conseguenza è la perdita inesorabile dei propri alleati.
I primi due protagonisti ambiscono al potere, a diventare re, ma perdono completamente il senno e il controllo aprendosi la strada del trono a partire da un omicidio. Perdono la fiducia di chi li appoggiava, degenerano e finiscono soli, in rovina.
L’ultimo, Coriolano, inizialmente si dimostra una brava guida, capace; in seguito, con le sue pene esemplari, allontana anch’egli da sè le proprie truppe rendendosi a sua volta vulnerabile.

Quale insegnamento se ne trae oggi?

  1. È bene considerare l’opinione d’altri
  2. Lavorare in una comune direzione, collaborando, non può che portare al successo
  3. Inimicarsi chi è alleato non è bene
  4. È fondamentale assumersi le proprie responsabilità ed evitare che queste, insieme al potere, diventino un’ossessione per i controllo.

Ma c’è un’ultimo personaggio da prendere in considerazione in questa analisi e si tratta di Enrico V. Questi potrebbe essere l’esempio del leader moderno e vincente. Prima di diventare re dimostra grandi abilità di simulazione, dissimulazione e ambiguità; capisce che per non restare intrappolato in un ruolo di tale peso deve sapersi adattare al cambiamento e modificare le proprie strategie. È abile nel decifrare informazioni e, alla vigilia della battaglia decisiva, si traveste da soldato per parlare con i suoi uomini e capire ciò che pensano di lui.

Infine, c’è un “dietro le quinte” da tenere in considerazione e sono quei personaggi marginali quali in Buffone in Re Lear o Falstaff in Enrico IV che ricopriono un ruolo che è fondamentale al leader. Questi personaggi “dicono la verità”, parlano chiaro al re, scambiano opinioni ed hanno intuizioni geniali. Dominano i pensieri del leader, influenzandoli, manipolandoli ed esercitando un intelligente ascendente su di loro.

Le personalità forti, capaci di fornire messaggi anche in contrasto con la linea o la realtà aziendale vigente e capaci di farsi ascoltare sono importanti per lo sviluppo di una buona leadership.

A voi ulteriori conclusioni e riflessioni. Commentate sotto!

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